Now Playing Tracks

UN “JOBS ACT”, MA A FAVORE DELLE BANCHE (di Comidad)

La campagna elettorale per il parlamento europeo è stata l’occasione per inflazionare nuovamente il termine “populismo”, come accusa di facile presa, a causa dell’incertezza ed ambiguità della parola. Per il Fondo Monetario Internazionale sono “populisti” tutti coloro che rifiutano le sue politiche economiche tendenti a creare disoccupazione, a comprimere i consumi ed a privatizzare i servizi pubblici. In questo senso, una espressione che fa da sinonimo di populismo, e che risulta frequente nel lessico di fede fondomonetarista, è quello di “resistenza corporativa”. Ma con il termine “populismo” viene spesso etichettata anche una politica tendente a screditare e delegittimare l’ordine costituzionale vigente in nome di un presunto rapporto diretto con la volontà popolare. Giocando sui due significati della parola “populismo”, si può praticare un vero e proprio opportunismo acrobatico, facendo contemporaneamente il tifo per il Fondo Monetario Internazionale e per la “nostra bellissima Costituzione”.
Per questo secondo significato del termine “populismo” già esisterebbe in effetti una definizione molto meno equivoca e più precisa: golpismo strisciante. Tale definizione pare però adattarsi perfettamente all’attuale esperienza di governo. Si era detto che Bersani non poteva governare poiché non aveva ricevuto abbastanza voti; in compenso oggi governa Renzi, che di voti non ne ha avuto nessuno. Renzi vorrebbe abolire l’attuale senato, sempre in nome di una volontà popolare di cui lui sarebbe il depositario, in base a quelle mirabilie di attendibilità che sono i sondaggi ed i post su twitter. Il golpista ovviamente non è Renzi in persona, ma la lobby che lo controlla, e non c’è molto da indagare per scoprire quale sia. Il “Jobs Act” del governo Renzi costituisce un buon esempio di come l’assistenzialismo a favore dei ricchi riesca a camuffarsi di intenti sociali. L’espressione “Jobs Act” è stata rubata alla propaganda di Obama, che nel 2011 spacciò come legge a favore dell’occupazione la solita fumosa serie di provvedimenti un po’ patetici, che servono a nascondere il vero nocciolo della questione. In questi “Jobs Act” l’unico aspetto apparentemente concreto, riguarda le indennità di disoccupazione che dovrebbero fare da filo conduttore tra un lavoro precario e l’altro. Si tratta della vecchia idea lanciata dalla Organizzazione Internazionale del Lavoro - una agenzia ONU - già da una decina d’anni, cioè la “flexsecurity”. In Italia la “flexsecurity” è stata spacciata come ponzata di questo o quel giuslavorista, mentre in realtà si tratta di veline delle solite organizzazioni internazionali, a loro volta controllate dalle note lobby. Anche Renzi ha lanciato questo sussidio di disoccupazione, con l’acronimo di NASPI, che dovrebbe sostituire la vecchia cassa integrazione in deroga, e che si spaccia come salvagente del lavoratore nel suo percorso da un’occupazione all’altra. Le banche statunitensi sono state le prime a capire quale gigantesco business finanziario potessero costituire queste indennità di disoccupazione. Infatti vari Stati americani hanno da tempo sostituito il tradizionale assegno con delle carte di credito prepagate (carta di debito), dietro la giustificazione ufficiale che sarebbero più pratiche. In realtà dopo un po’ cominciano ad uscire i problemi, cioè le esose commissioni riscosse dalle banche su tutti i movimenti della carta di credito; ovviamente vi sono commissioni particolarmente alte sugli scoperti, ma anche il lasciare la carta inutilizzata per un po’ di tempo comporta dei costi gravosi per l’utente. Il disoccupato finisce così per versare la gran parte del proprio sussidio alle banche. Così sono i ricchi a riscuotere l’elemosina dai poveri. Quando si parla di finanziarizzazione si pensa automaticamente alle Borse ed alle grandi speculazioni sui titoli azionari e del debito pubblico. Ma in effetti la finanziarizzazione va a coprire ogni aspetto della vita sociale, dalla sanità, alla previdenza, ai consumi, sino allo stesso rapporto di lavoro, nel quale la continuità non è assicurata più dalla stabilità dell’occupazione, ma dalla carta di credito che segue - e munge - il lavoratore in ogni suo movimento. Ormai è evidente da più di dieci anni che la cosiddetta “flessibilità”, cioè la precarizzazione, non aumenta la produttività, ma, al contrario, tende drasticamente a diminuirla. In compenso, la precarizzazione costituisce il principale veicolo della finanziarizzazione del rapporto di lavoro. L’impoverimento crescente del lavoratore aumenta infatti la sua dipendenza dagli strumenti finanziari. La povertà non è un malaugurato effetto collaterale, ma costituisce essa stessa un business.

(Fonte: comidad.org)

È UFFICIALE: PAPA FRANCESCO NON È COMUNISTA. CHE DELUSIONE! (di Sebastiano Isaia)

papaFRANCESCO_TNTERRASANTAÈ dunque ufficiale: Papa Francesco il Misericordioso, nonché il fustigatore dei politici corrotti («sepolcri imbiancati»), non è comunista. Occorrerà farsene una ragione. La “destra” (al netto dei recalcitranti “atei devoti” del Foglio) esulta: «Il Papa è nostro!»; la “sinistra”… anche. Ma cos’ha detto di così sorprendente il Santissimo? Per la verità nulla. Si è limitato a ripetere quanto aveva detto e scritto altre volte, in pratica in ogni occasione utile. Ecco comunque le sue parole: «Per me il cuore del Vangelo è nei poveri. È stato detto che l’opzione preferenziale per i poveri fa di me un comunista, ma non è così. Questa è una bandiera del Vangelo, non del comunismo. La povertà è senza ideologia. I poveri sono al centro dell’annuncio di Gesù, basta leggerlo».

In effetti, la bandiera del Comunismo (e quindi non sto parlando né di Stalin né di Mao né dei loro nipotini 2.0 che amano definirsi “comunisti”, per la gioia dei detrattori del Comunismo) non sono i poveri, la cui stessa esistenza legittima la funzione ideologica e sociale della Chiesa, come d’altra parte la legittima la presenza in gran copia in questo iniquo mondo dei peccatori (senza poveri, senza peccatori e senza disagiati sociali d’ogni sorta la Chiesa si troverebbe improvvisamente priva di clienti); la sua bandiera è piuttosto l’emancipazione dell’intera umanità attraverso l’emancipazione «degli ultimi», ossia delle classi subalterne. Emancipando se stesso, il proletariato emancipa l’intera umanità, disse una volta il “Papa Rosso” di Treviri. Personalmente sono diventato un militante della teoria critico-radicale il giorno in cui ho letto quella folgorante frase. E la cosa strana, e forse a suo modo perfino dialettica, è che quella potente tesi marxiana era citata in un libro che cercava di conciliare marxismo e cristianesimo, e che mi fu prestato proprio dal professore di religione – correva l’anno 1977, se ricordo bene. La tesi centrale del saggio, che probabilmente il simpatico professore in abito talare mi prestò per confondere ulteriormente le acque che si agitavano nella mia piccola mente, non mi convinse affatto, ma le parole del gran bevitore tedesco mi rimasero scolpite nel cervello, e a suo modo fecero un po’ di chiarezza nel caotico ancorché esiguo materiale grigio.

Non la cura dei poveri, dunque, ma il superamento delle condizioni sociali che generano sempre di nuovo sfruttamento, oppressione, alienazione, reificazione e ogni genere di miseria sociale (“materiale” e “spirituale”) è «l’opzione preferenziale» del Comunismo come movimento politico che agisce nella vigente società disumana . La cura e la compassione per i poveri (nel corpo e nello spirito) sono al centro delle ideologie “umanitarie” che non mettono radicalmente in questione lo status quo sociale; la lotta di classe per superare una volta per tutte il fondamento storico-sociale dell’indigenza sociale (“materiale” e “spirituale”) è il necessario corollario del Comunismo come «movimento reale che abolisce lo stato di cose presente».

Diverse volte Francesco ha sostenuto l’esigenza di modificare radicalmente il nostro «immaginario» alienato e reificato, e si è scagliato contro la religione che ha nel denaro e nella merce le sue divinità. Egli auspica una vita più austera (per la gioia dei beati berlingueriani), più “francescana”, più incline a seguire la virtuosa strada indicata dai «veri valori», che poi sono quelli cattolici, si capisce. Anche qui, nulla di nuovo, e ciononostante il Papa è stato accusato di sinistrismo dai cultori di Benedetto XVI. Tanto per fare un esempio, la teologia cristiana del XIX secolo è profondamente segnata dall’anticapitalismo reazionario che esprimeva la paura dei ceti aristocratici di perdere definitivamente ogni potere e ogni prestigio sociale.

D’altra parte, scagliarsi contro i «nuovi e luccicanti idoli» mi sembra il minimo sindacale di ogni predica cristiana meritevole di essere ascoltata. Tanto più nel momento in cui la Chiesa si è trovata al centro di una grave crisi sistemica: «La prima conseguenza di Bergoglio è quella di aver rilanciato la Chiesa, attraverso se stesso, nel mondo. Di averla riportata al ruolo di soggetto del dibattito pubblico – politico, religioso e culturale – internazionale e di averne fatto di nuovo un attore geopolitico, ascoltato e influente: il caso più eclatante è quello della Siria ma ve ne sono altri. Sul piano interno, poi, il Papa ha avviato una riforma dell’istituzione ecclesiastica che dovrà essere perfezionata ma che per ora continua a portare avanti col suo stile» (L. Caracciolo, Le conseguenze di Papa Francesco, La stampa, 12 marzo 2014). La saggezza politico-ideologica della Chiesa non si discute, mentre fanno ridere quei sinistrorsi che pensano di poter tirare a loro profitto i santi paramenti del Papa venuto da lontano. Né fa ridere il guru-comico di Genova quando dice che «Bergoglio è il primo grillino della storia»: una così bassa opinione del Papa non l’ha concepita nemmeno il teologicamente pretenzioso Giuliano Ferrara!

A ben vedere, per riformare il nostro capitalistico «immaginario» occorre superare il vigente meccanismo sociale che tutto sfrutta, consuma, mercifica, inquina e disumanizza. Per mutuare Marx, Francesco vuole emancipare l’uomo dalla religione del denaro e della merce solo «affinché l’uomo porti la catena spoglia e sconfortante», mentre si tratta di gettare via la catena capitalistica e cogliere i fiori vivi della Comunità Umana, oggi sempre più possibile e, al contempo, sempre più negata. È in questa presa di coscienza che, a mio avviso, si deve individuare la sola «rivoluzione culturale» in grado di ripristinare il Tempo della Speranza.

«Diceva Hélder Càmara, il “Vescovo delle favelas”: “Quando do da mangiare a un povero, tutti mi chiamano Santo. Ma quando chiedo perché i poveri non hanno cibo, allora tutti mi chiamano comunista”. Lo stesso potrebbe dire papa Francesco» (A. M. Cossiga, Il papa è comunista?, Limes, 11 marzo 2014). Il comunista, e qui mi si consenta un po’ di metafora spicciola, non intende sfamare i poveri (perché aggiungersi ai tanti buoni di cuore, laici e religiosi, che si affannano per alleviare le sofferenze dei nostri fratelli che soffrono?): egli vuole piuttosto abolire la povertà stessa. Ecco perché il comunista giudica come la peggiore politica possibile per i dominati la politica del male minore, la quale suggerisce al pensiero che solo il realismo, ossia l’accettazione di un mondo imperfetto, è in grado di promuovere utili cambiamenti. Ma si tratta di conquistare un mondo umano, semplicemente umano, non perfetto. Come si dice, la perfezione non è di questo mondo; l’umanità può esserlo.

papa-francesco-al-telefono-52536_218x218Squilla il telefono. Ma è Lui! «Pronto? Ciao! Sono Francesco. Ci manca solo che dici che il Paradiso può discendere sulla Terra!» Certo Francy, lo dico: può! Ho scritto può, Santissimo: forse sono comunista, ma di certo non difetto di… realismo.

LA LOBBY IBM DALLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE AGLI F-35 (di Comidad)

Due anni fa il quotidiano “Libero” narrava del “ravvedimento” del quotidiano avversario, “La Repubblica”, a proposito del giudizio nei confronti dei provvedimenti del ministro Renato Brunetta contro le assenze dei lavoratori per malattia. Secondo “Libero”, il giornale di Ezio Mauro sarebbe passato, dalla critica spietata e barricadiera, al riconoscimento del buon lavoro svolto da Brunetta. Ovviamente quelle di “Libero” erano le tipiche menzogne recriminatorie della propaganda di destra, tutte tendenti a creare il fantasma di una “sinistra” dedita all’inflessibile opposizione, ma che deve ogni tanto arrendersi di fronte ai dati della “realtà”.
La realtà vera è invece che nel 2008 fu, più di tutti, proprio “La Repubblica” a contribuire a creare ed alimentare il mito di un Brunetta castigamatti dei “fannulloni” della Pubblica Amministrazione. Nell’agosto di quell’anno il quotidiano di punta della “sinistra” dedicò un articolone, smaccatamente celebrativo, alla “cura Brunetta”, con appena qualche larvato dubbio, esibito giusto per salvare la faccia. 
Non fu solo l’odio ed il pregiudizio contro il lavoro a motivare il panegirico de “La Repubblica”, bensì l’instancabile opera di lobbista della multinazionale IBM che distinse Brunetta in quegli anni. Il mito del cacciatore di “fannulloni” doveva servire appunto a coprire la vera attività del ministro. Brunetta e “La Repubblica” quindi agivano con ruoli diversi per lo stesso padrone. Lo stesso sito della IBM commemora con malcelata commozione la collaborazione della multinazionale con il ministro Brunetta. Dallo stesso sito si ricava anche la notizia che attualmente l’IBM costituisce non solo il principale fornitore di tecnologia della Pubblica Amministrazione, ma soprattutto il vero manager di tutto il settore, riconvertito agli interessi privati della multinazionale. 
Spesso gli autori di fantascienza ci presentano un futuro in cui gli Stati sono sostituiti dal diretto potere delle Corporation. Ma in effetti non accade così: gli Stati conservano una loro funzione, sia come vacche da mungere, sia come esercito lobbistico di appoggio. Il vincolo statale funziona come un pastore che tiene unito il gregge, ma solo per metterlo a disposizione del predatore. La Pubblica Amministrazione è diventata così un allevamento di lobbisti IBM. Ormai da decenni il fenomeno non risparmia neanche i dirigenti scolastici, e la Fondazione IBM, sul suo sito, ci informa che non mancano neppure le ingerenze sulla didattica, in base all’ideologia generale della subordinazione, anche morale, del pubblico rispetto al privato. 
Tanta invadenza della IBM in Italia si spiega se si considera il ruolo che la multinazionale dell’informatica svolge all’interno della NATO. L’IBM stessa ci fa sapere, attraverso il proprio sito, che la collaborazione con la NATOnon riguarda solo la fornitura di tecnologia, ma un quadro generale di consulenza ed organizzazione delle strutture di comando. Non ci vengono risparmiate le dichiarazioni euforiche dei vertici NATO per l’ebbrezza di collaborare con l’IBM. 
La cosa “strana” è che le tecnologie vendute dalla IBM sono in effetti tutte elaborate in ambito pubblico, e con denaro pubblico. Negli Stati Uniti è il Pentagono a finanziare e gestire la ricerca, ma poi tra pubblico e privato si genera quella particolare osmosi che va sotto il nome di “revolving door”. Nel 2012 un assistente del Segretario alla Difesa, un certo Zachary Lemnios, passò con la massima disinvoltura dal ruolo governativo al management della IBM. 
L’IBM ha realizzato un’alleanza con il gigante cinese dell’informatica, Lenovo, a cui è stata affidata la produzione e la commercializzazione dei computer. La “cinesizzazione” del settore computer è motivata dai costi di produzione più bassi, mentre l’IBM si riserva il più comodo ruolo ufficiale di fornitore di know-how. Ma il vero know-how della IBM consiste nelle tecniche di corruzione. 
Da circa due anni ristagna il progetto di un film, di e con Brad Pitt, sul ruolo svolto dall’IBM nei campi di concentramento nazisti. Il film dovrebbe essere basato su un libro best-seller del 2001, scritto da Edwin Black, "IBM and The Holocaust", i cui diritti cinematografici sono stati acquistati da Pitt. Sarà interessante verificare se il film uscirà davvero, e, in quel caso, quanto sarà influenzato nei suoi contenuti dalla lobby IBM. 
Ma nessuna rassegna cinematografica dei crimini passati, presenti e futuri dell’IBM cambierebbe le cose, poiché, mentre i crimini del comunismo - i veri e i presunti - urlano vendetta, quelli delle multinazionali cadono invece in prescrizione. Il cosiddetto “capitalismo” è infatti un fenomeno intrinsecamente apologetico, non è separabile da quella incessante attività di lobbying che deforma e distorce la percezione della realtà ad uso e consumo del business delle multinazionali. Così, mentre Pitt ancora attende di realizzare il suo film, intanto l’IBM sta realizzando il suo ulteriore business a spese del contribuente con la fornitura degli F-35. L’IBM è infatti il fornitore di tecnologia informatica per la multinazionale che produce gli F-35, la Lockheed Martin, la stessa dello scandalo degli Hercules del 1977.

IL CASO HOENESS RICONVERTITO AL COLPANOSTRISMO NOSTRANO (di Comidad)

Da alcuni mesi sono arrivate ad una parte della pubblica opinione alcune notizie concrete che vanno a smentire la mitologia delle virtù finanziarie della Germania, e perciò spiazzano gran parte del dibattito politico e mediatico. In particolare, desta interesse il fatto che la Germania non osservi vari parametri del Fiscal Compact, tra cui uno degli aspetti più importanti, e cioè il rapporto tra il PIL ed il debito pubblico. La Germania ha superato infatti di almeno il 20% la fatidica soglia del 60% debito-PIL, e questo stando ai dati ufficiali, poiché se si sgombra il campo da alcuni trucchi contabili, si scopre addirittura che quel rapporto è ormai quasi del 100%. 
Alcuni commentatori si sono cominciati a domandare come mai i governi italiani debbano andare a chiedere di poter sforare i parametri del Fiscal Compact ad una Merkel che li trasgredisce già ampiamente. Qualcun altro potrebbe anche cominciare a fare due più due, notando che l’economia europea viene tenuta artificiosamente depressa con assurdi parametri di bilancio proprio alla vigilia dell’ingresso nel TTIP, quel Transatlantic Trade and Investment Partnership, la “NATO economica”, che comporterà la totale annessione economica dell’Europa agli Stati Uniti. L’arroganza della Merkel sarebbe così individuata come un bersaglio fuorviante, ed il sub-imperialismo tedesco si rivelerebbe complementare all’imperialismo statunitense. 
Per occultare evidenze come queste, i media hanno sempre pronta la soluzione: un bel depistaggio che sposti la discussione dai dati concreti ai massimi sistemi. Si potrebbero catalogare nella categoria dei “depistaggi culturali”. 
La vicenda dell’ex calciatore tedesco Uli Hoeness, diventato poi presidente della squadra del Bayern, ed ora condannato per frode fiscale, è diventata l’occasione per parlare di uno "spread morale" tra Italia e Germania; ciò per l’atteggiamento tenuto da Hoeness nei confronti della condanna, rinunciando al ricorso in ulteriori gradi di giudizio ed accettando la condanna al carcere. I confronti con le esibizioni vittimistiche del Buffone di Arcore di fronte alla propria condanna per lo stesso reato, forse non potevano mancare; ma questi confronti sono diventati l’occasione per un dibattito “culturale” che ha finito per individuare nell’arretratezza morale dell’Italia anche la causa della sua arretratezza economica. In questa campagna si è distinto il gruppo editoriale “la Repubblica-l’Espresso”, che ha coinvolto anche la sua rivista più prestigiosa, “Micromega”. 
In realtà, se si segue la vicenda Hoeness sulla stampa estera, si nota che lo “spread morale” risulta molto meno ampio di quanto si vorrebbe far credere. Nel 2012 il governo tedesco della Merkel aveva anche cercato di varare una legge salva-evasori simile allo “Scudo Fiscale” di tremontiana memoria, ed era stata l’opposizione parlamentare di socialdemocratici e Verdi a bloccare il passaggio della legge. Inoltre Hoeness, rinunciando a ricorrere, può accedere ad altri benefici di sconti di pena, di cui la campagna mediatica in atto in Italia non ha dato sufficiente informazione. Hoeness è politicamente vicino al partito della Merkel, la CSU, che, per parare il colpo alla propria immagine, ha ripiegato dilungandosi sullo “stile” con cui lo stesso Hoeness avrebbe accettato la condanna. 
Questa retorica della CSU non solo è stata ripresa acriticamente dai media italiani, ma è diventata l’espediente per riproporre una serie di luoghi comuni razzistici. Se dici che le razze nordiche sono superiori, allora sei un nazista; ma se dissimuli lo stesso concetto parlando di una superiorità della morale protestante nei confronti di quella cattolica, allora sei non solo una persona colta, ma anche un progressista. Il mito dell’etica protestante sostituisce egregiamente quello della razza ariana. Così, il fatto che in tal modo avalli anche le gerarchie economiche che si sono stabilite tra il Nord Europa ed il Sud Europa, e tra l’America anglosassone e l’America Latina, non significa mica che stai dalla parte del colonialismo, bensì che stai facendo una semplice ed “oggettiva” analisi storica. Allo stesso modo, anche il fatto che l’Italia abbia accettato supinamente tutti i vincoli europei, non indicherebbe affatto che al nostro interno opera una potente e ramificata lobby atlantica, bensì che siamo un popolo di masochisti che merita ciò che gli accade. Il “colpanostrismo” come velo ideologico della colonizzazione. 
Probabilmente non è possibile una lettura della realtà che non sia mediata dall’ideologia, ed il pretendere di essere “non ideologici” risulta chiaramente pretestuoso. Ma è certo che l’ideologia compie pienamente il suo ruolo quando riesce a scacciare le evidenze dalla discussione. Nella recenteintervista di Enrico Mentana a Beppe Grillo se n’è avuta una riconferma, allorché Grillo ha narrato di un invito a cena da lui ricevuto da parte dell’ambasciatore britannico in Italia, Christopher Prentice. Alla stessa cena avrebbe dovuto partecipare anche Enrico Letta, allora non ancora ufficialmente candidato alla poltrona di Presidente del Consiglio, ma Grillo afferma di essersi negato a tanto onore. Lucidamente lo stesso Grillo vede nella relazione tra Letta e l’ambasciatore un preciso indizio che le esplorazioni di Bersani ai fini della formazione di un governo fossero già fallite in partenza, e che Napolitano avesse già pronta tutt’altra soluzione. 
D’altra parte l’intervista finiva per marginalizzare l’aspetto più macroscopico della notizia, e cioè il fatto che un ambasciatore straniero esercitasse una così manifesta ingerenza nella formazione di un governo italiano, al punto da essere informato in anticipo sulle sorti delle consultazioni. Tutti a cena dall’ambasciatore britannico, manco fosse la mensa della Charitas.
Se si fosse trattato dell’ambasciatore russo, Bernard-Henry Lévy e André Glucksmann ci avrebbero confezionato come minimo un libro e un documentario di denuncia. Ma il colpanostrismo imposto dalla lobby NATO induce a travisare ogni ingerenza atlantica come paterna sollecitudine verso i nostri guai. Così non si trova nulla di strano che Prentice possa praticare in Italia una sorta di divismo televisivo, entrando nel vivo del commento di attualità nei talk-show della politica. Sarebbe interessante chiedersi se ad un ambasciatore italiano sarebbe consentito altrettanto in un talk-show britannico o americano.

BARACK E FRANCESCO. LA COPPIA PERFETTA

«Barack Obama ha avvertito oggi che i membri della Nato non possono permettersi di tagliare la spesa militare. “La situazione in Ucraina ci ricorda che la libertà ha un costo”, ha detto il presidente americano qui a Bruxelles dopo un incontro con il presidente del Consiglio europeo Herman Van Rompuy e il presidente della Commissione José Manuel Barroso» (Il Sole 24 Ore, 25 marzo 2014). Non so cosa succede a voi quando il Presidente della prima potenza capitalistica/imperialista del mondo parla di «libertà». Nel mio caso la manina corre velocemente e nervosamente alla rivoltella (metaforica, maresciallo, metaforica, per carità!). Inutile dire che con il Santissimo Francesco il Nobel per la Pace a stelle e strisce, nonché teorico dell’uso massiccio dei droni nei teatri di guerra, parlerà appunto della pace nel mondo, nonché delle tante magagne che ancora affliggono questo povero pianeta: ingiustizie e diseguaglianze sociali, fame, malattie, inquinamento, surriscaldamento/congelamento di Gaia, e via elencando sulla scorta del noto catalogo delle sventure caro al politicamente ed eticamente corretto. «Obama – ha dichiarato un consigliere del presidente – ammira la leadership di Papa Francesco e con lui discuterà il loro comune impegno a combattere la povertà e la disuguaglianza crescente». Come non sciogliersi in un compassionevole e speranzoso Alleluia? «La presenza del demonio», ha dichiarato Francesco qualche mese fa (mandando in bestia diversi suoi simpatizzanti sinistrorsi e in solluchero… Giuliano Ferrara!), «è nella prima pagina della Bibbia, e la Bibbia finisce anche con la presenza del demonio, con la vittoria di Dio sul demonio. […] Sant’Ignazio ricorda che “l’uomo vive sotto il soffio di due venti, quello di Dio e quello di Satana”». Certo, il Demonio non come mera metafora teologica, o come espressione di un disagio psichico, secondo l’ingannevole lettura di «alcuni preti che quando leggono i brani del Vangelo, dicono: “Gesù ha guarito una persona da una malattia psichica”»; piuttosto il Demonio come concreta realtà, come «nemico numero uno», come «essere oscuro e conturbante che esiste davvero, e che con proditoria astuzia agisce ancora; è il nemico occulto che semina errori e sventure nella storia umana” (Paolo VI, 15 novembre 1972). Ora, non vorrei rubare il mestiere né a Giuliano Ferrara né, tanto meno, all’inarrivabile Eugenio Scalfari, i quali sono avvezzi a dare del tu all’Insondabile; e tuttavia, nel mio infinitamente piccolo, non posso contenere un amletico dubbio: e se si trattasse del Dominio, e non del Demonio? E se «il nemico occulto che semina errori e sventure nella storia umana» avesse l’impalpabile ma concretissima sostanza di un rapporto sociale di dominio e di sfruttamento? Avanzo una semplice ipotesi, Intendiamoci. Ma guarda che bizzarre e oziose idee mi vengono in mente proprio quando Barack e Francesco si misurano con la difficile e complessa realtà del mondo e in fraterno sodalizio tirano avanti il pesante Carro del Progresso. Dio, o chi ne fa le veci, mi perdoni!

BARACK E FRANCESCO. LA COPPIA PERFETTA | Sebastiano Isaia
To Tumblr, Love Pixel Union