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Hoka nr. 908

antiletterario:

Ci sono sempre: dei bicchieri da lavare, dei libri da leggere, dei panni da mettere in lavatrice, delle parole da dire, delle caffettiere da riempire, dei pavimenti da scopare, delle persone da incontrare, delle spese da fare, delle persone da amare, dei lavori da gestire, dei luoghi dove andare, dei bar dove bere, delle cose da scrivere.

Ogni giorno mi chiedo perché. Ho capito solo che il problema non è la risposta ma la domanda. Io vorrei solo non fare un cazzo.

RENZI USATO DALLA NATO COME ESCA PER L’EGITTO (di COMIDAD)

Ha suscitato molti commenti il fatto che Renzi sia caduto in disgrazia presso uno dei vati dell’opinionismo ufficiale, l’editorialista Eugenio Scalfari. Oltre a manifestare aspre critiche all’incapacità di Renzi di rilanciare l’economia, Scalfari arriva a dichiarare di preferire all’attuale governo Renzi un esplicitocommissariamento dell’Italia da parte della cosiddetta “Troika”: la Commissione dell’Unione Europea, la Banca Centrale Europea ed il Fondo Monetario Internazionale. Scalfari non vede contraddizione tra l’obiettivo del rilancio economico ed il commissariamento, in quanto, secondo lui, la “Troika” si sarebbe ravveduta rispetto ai tempi della crisi greca, ed ora avrebbe come massimo avversario la deflazione. 
I nonsensi di Scalfari sono risultati evidenti a molti commentatori. Non ha senso, ad esempio, considerare l’attuale governo Renzi come “altro” rispetto alla Troika, visto che il ministro dell’Economia ora in carica, Padoan, è un ex dirigente del FMI, cioè il principale componente della stessa Troika. Tra l’altro in Italia il Presidente del Consiglio non ha poteri da Primo Ministro, cioè non può dimissionare i propri ministri, perciò un ministro come Padoan, che assomma nelle sue mani le funzioni del Tesoro, delle Finanze e del Bilancio, si può considerare lui il vero capo del governo. Se Renzi avesse voluto contare qualcosa, avrebbe dovuto per prima cosa separare Tesoro, Bilancio e Finanze, come avveniva ai tempi della Prima Repubblica, in modo da assicurarsi almeno un ruolo di mediazione nelle beghe tra ministri; e poi non avrebbe mai dovuto accettare la nomina di uno con il curriculum di Padoan. Infatti Padoan, nella propria esperienza di dirigente del FMI prima e dell’OCSE poi, ha potuto conoscere e frequentare tutti quelli che contano nel giro internazionale, perciò può permettersi di parlare familiarmente con loro, tagliando fuori Renzi, che infatti sta lì per fare un po’ di colore. 
Scalfari è un professionista della mistificazione, e non ha mai esitato ad esporsi a figure miserevoli pur di raggiungere uno scopo. In definitiva l’attacco di Scalfari a Renzi si è risolto in una sorta di “operazione simpatia” a favore dello stesso Renzi, spacciato come ultima spiaggia per scongiurare un commissariamento, che è invece già avvenuto sia ufficialmente che di fatto, dal 2011, con il Buffone di Arcore ancora regnante, sotto la dizione di"monitoraggio" dell’Italia da parte del FMI.
Il dominio del FMI in Italia non è solo pratico, ma anche ideologico, come risulta dall’ossessione politica e mediatica per le pensioni, usate sistematicamente dal FMI come depistaggio per nascondere le vere cause dell’aggravio della spesa pubblica e del debito pubblico (ad esempio: i centoventicinque miliardi che l’Italia sta versando al Meccanismo Europeo di Stabilità, la più recente creatura del FMI). In molti si atteggiano a nemici acerrimi delle banche, ma poi si rivelano pronti ad abboccare all’emergenza-debito ed all’emergenza previdenziale.
Il fondomonetarismo è infatti un’ideologia subdola e trasversale, che coinvolge anche molti oppositori, perciò le manipolazioni ed i raggiri raramente trovano l’ostacolo del senso critico. Con la questione della finestra pensionistica denominata “quota 96”, il governo Renzi ha allestito una pantomima a scopi di psicoguerra interna, prima illudendo migliaia di insegnanti ed aizzando le invidie ed i rancori dell’opinione pubblica verso di loro, poi rimangiandosi la promessa. In tal modo Renzi si è potuto ancora una volta atteggiare a vendicatore del popolo contro la “casta” degli insegnanti, incassando anche il fattore-distrazione rispetto alle altre porcherie che il governo sta varando. 
Suggerire all’opinione pubblica che Renzi possa vantare un po’ di autonomia, costituisce non solo un nonsenso, ma anche un falso spudorato. D’altra parte questo falso è alla base dell’attuale circo mediatico che circonda l’ex sindaco di Firenze. Il dominio colonialistico sull’Italia e sull’Europa si fonda su due facce della stessa medaglia: il FMI e la NATO, ed anche da quest’altro aspetto Renzi risulta del tutto conforme. 
Il viaggio “trionfale” di Renzi in Egitto ed il suo nuovo “asse” con il presidente egiziano Al Sisi, sono stati infatti narrati dai media come esempi di iniziativa autonoma in politica estera. Al Sisi era considerato dal cosiddetto Occidente come un golpista e come un “paria” internazionale, uno degno di parlare soltanto con altri paria come Putin; ed ora andrebbe a Renzi il merito di averlo “sdoganato” (secondo il termine che proprio Scalfari rese popolare venti anni fa, applicandolo a Gianfranco Fini, “sdoganato” appunto dal Buffone di Arcore). 
In realtà, consultando un po’ la stampa internazionale e soprattutto araba, le cose starebbero un po’ diversamente. In Egitto si comincia a prospettare seriamente la possibilità di un intervento militare egiziano in Libia, e soprattutto nella regione confinante, la Cirenaica, la più ricca di petrolio. Si penserebbe così di cogliere due piccioni con una fava: far fuori il jihadismo ed annettersi la parte della Libia più araba ed etnicamente affine, con il gratificante corollario dei pozzi di petrolio, toccasana per l’economia egiziana. Ci sono vari segnali che un tale scenario sia fomentato dagli stessi Stati Uniti, che fanno capire che non porrebbero ostacoli ad un’iniziativa militare del genere, presentata come utile a sedare il caos suscitato in Libia dalla eliminazione di Gheddafi. 
In questo quadro, l’aver mandato avanti il piccolo Renzi come esca, può servire ad illudere Al Sisi che si tratti di un passo per poter riallacciare buoni rapporti con l’Occidente e con la NATO. Come spesso capita alle esche, questo ruolo rischia di essere tutt’altro che indolore per l’Italia, dato che comporterebbe una certa esposizione sul piano militare, in modo da potersi rendere credibili con l’interlocutore egiziano. In questo senso andrebbe letta la scelta di rafforzare il contingente italiano in Libia, con il pretesto ufficiale della protezione dei residenti italiani. Renzi dice di voler coinvolgere l’Unione Europea, ma rischia di infognarsi senza ricevere alcun aiuto, come già sta accadendo per l’immigrazione clandestina.
Ma soprattutto per Al Sisi si tratterebbe di una vera trappola, ed a riguardo c’è il precedente di Saddam Hussein, che nel 1990 aveva creduto anche lui di aver ricevuto un tacito assenso degli USA ad invadere il Kuwait. Un intervento egiziano in Libia non riuscirebbe nemmeno a sedare la Libia, visto che i jihadisti dispongono di ogni genere di armi provenienti, guarda caso, da alleati della NATO come il Qatar, gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita. Un tale intervento potrebbe facilmente rischiare persino di espandere l’instabilità all’Egitto; e forse proprio per favorire uno scenario del genere, l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti stanno finanziando il riarmo e le illusioni dell’esercito egiziano. 
Ciò confermerebbe l’ipotesi che dietro l’apparente “understatement” di Obama e Kerry, il basso profilo statunitense in politica estera, vi sia al contrario il consueto schema colonialistico della destabilizzazione permanente, applicato a tutta l’area del Mediterraneo e del Mar Nero.

LA VIA GIUDIZIARIA ALL’IMPERIALISMO (di COMIDAD)

Un’ipotesi del genere potrebbe essere accettata solo in base ad una concezione del tutto astratta dell’apparato giudiziario. Di fatto, in base ad accuse assurde e palesemente sproporzionate, alcuni imputati hanno affrontato mesi di carcere, perciò il riconoscimento dell’inconsistenza delle accuse da parte della Cassazione, non attenua la valenza intimidatoria delle scelte della Procura di Torino. La sentenza della Corte non fa altro che coltivare l’illusione di un sistema di garanzie, e, dal punto di vista propagandistico, può servire a legittimare altri garantismi, a beneficio di imputati ben più potenti. Dopo che la Corte di Appello di Torino ha modificato la sentenza di primo grado per la strage alla Thyssenkrupp, ora anche la Cassazione ha inferto un altro colpo all’ipotesi di omicidio volontario per dolo eventuale, ponendo le basi per ulteriori sconti di pena per i dirigenti imputati. 
Non c’è dubbio che molti tra i NO-TAV sperassero che la Procura di Torino si attivasse per indagare invece sugli appalti per il tunnel Val di Susa o per le minacce ambientali che quella “grande opera” prospetta. Oggi siamo quindi al paradosso di un movimento ambientalista fatto bersaglio dalla procura di Torino, per la questione TAV, ma che, al tempo stesso, riconosce ad un’altra Procura, quella di Taranto, un ruolo di leadership nella battaglia ambientalista. 
I gradi di giudizio costituiscono una scappatoia per gli imputati potenti, mentre risultano comunque un calvario per gli imputati deboli, poiché consentono alle Procure di criminalizzare i movimenti di opposizione con accuse iperboliche, che vengono ridimensionate solo a mesi o anni di distanza. L’uguaglianza davanti alla Legge rimane così un mito, dato che la legge finge un’uguaglianza tra imputati che non sono affatto uguali per risorse a disposizione. Questa ovvietà è stata oscurata grazie al mito della “via giudiziaria al socialismo”, alimentato per anni dalla propaganda vittimistica della destra; e non solo per giustificare le disavventure giudiziarie del Buffone di Arcore, dato che il mito risale almeno agli anni ‘60, quando cominciò a circolare l’espressione “toghe rosse”, cara soprattutto ad un settimanale di estrema destra allora particolarmente diffuso, “Il Borghese”. La locuzione"via giudiziaria al socialismo", oggi indissolubilmente legata alle performance del Buffone, fu in effetti ripescata da Rocco Buttiglione nel 1995 (si vede che è un filosofo). 
Su un piano astratto l’idea di una “via giudiziaria al socialismo” potrebbe risultare persino suggestiva, dato che il capitalismo è inconcepibile senza illegalità, senza frode fiscale e senza frode finanziaria. Se, ad esempio, non ci fosse l’aggiotaggio (la diffusione di false informazioni atte ad ingannare gli investitori), la Borsa non servirebbe che a distribuire pochi spiccioli. E infatti esistono istituzioni, come le agenzie di rating, che svolgono la precipua funzione di disinformare quel tanto che basta da consentire ad alcuni di conseguire illeciti guadagni. Alcune agenzie di rating sono state effettivamente imputate per aggiotaggio dalla Procura di Trani, ma quante possibilità realisticamente vi sono che queste imputazioni vadano avanti? 
Il processo per la frode dei titoli derivati ai danni del Comune di Milano, si è concluso in Appello con l’assoluzione delle multinazionali bancarie coinvolte, ed era ovvio che fosse così, poiché un’eventuale condanna avrebbe avuto il senso di una condanna dell’istituzione bancaria in quanto tale. Quest’ultima assoluzione ha un precedente illustre nel processo Parmalat, quando Calisto Tanzi fu ritenuto l’unico colpevole dell’aggiotaggio e le multinazionali come Deutsche Bank la passarono liscia. Allo stato attuale, la “via giudiziaria al socialismo” rimane uno slogan del vittimismo padronale, mentre risulta molto più realistica la via giudiziaria al capitalismo, almeno quello multinazionale. 
In questi ultimi decenni, la cosiddetta “sinistra” ha adottato il mito della Legalità, sviluppando una sudditanza psicologica ed ideologica nei confronti della magistratura. Il risultato è che, mentre ogni processo è diventato per il Buffone di Arcore un nuovo raggio della sua aureola di martire, le disavventure giudiziarie della sinistra hanno innescato un fenomeno di crescente delegittimazione morale. Nel marzo scorso il governatore della Regione Puglia,Nichi Vendola, è stato fatto oggetto di una richiesta di rinvio a giudizio da parte della Procura di Taranto. 
Vendola si è trovato immediatamente in contraddizione, poiché non aveva senso proclamare la propria innocenza stando in atteggiamento prono verso la Procura, senza cioè porre in evidenza la pretestuosità di alcuni suoi atti nell’inchiesta Ilva. Infatti, sulle omissioni di Vendola sulla vicenda Ilva si potrebbe scrivere un’enciclopedia, ma l’ipotesi a suo carico di concussione aggravata appare una forzatura atta a fare da contraltare mediatico ad altre concussioni più note, da cui, peraltro, il Buffone è uscito indenne in Appello. Molti commentatori, fra cui Marco Travaglio, hanno cercato di scaricare la responsabilità dell’assoluzione del Buffone interamente sulla Legge Severino; ma in questi anni non è stata solo la legge, ma anche la giurisprudenza a consolidare l’impunità dei potenti.
Il vittimismo del Buffone appare in effetti statisticamente infondato, dato che sono certamente di più i magistrati che gli sono venuti in soccorso che quelli che lo hanno perseguitato. Persino la caduta del governo Prodi ed il conseguente ritorno al governo del Buffone nel 2008, furono favoriti da un’operazione giudiziaria contro un ministro dello stesso governo Prodi.
Ma questo vittimismo appare inconsistente soprattutto sul piano della dottrina dello Stato, poiché non ha senso lamentarsi di una “politicizzazione” della magistratura, dato che il potere giudiziario è potere politico a tutti gli effetti, il Terzo Potere. Nella dottrina liberale classica infatti la legalità non sortiva da una “educazione alla legalità” (come a dire: un’infusione dello Spirito Santo), ma da equilibri e contrappesi istituzionali. Un certo grado di conflitto tra i poteri risulterebbe perciò del tutto fisiologico e persino auspicabile. Non ha senso quindi nemmeno l’atteggiamento della fintosinistra, secondo la quale le sentenze non si possono commentare ed occorrerebbe attendere fiduciosi il lavoro della magistratura. Circondare la magistratura di un alone di sacralità è altrettanto pretestuoso che fingere di auspicare una fantomatica magistratura apolitica e del tutto imparziale.
La drammatizzazione artificiosa della conflittualità tra i poteri istituzionali rappresenta un modo di rivolgere il conflitto tutto all’interno, delegittimando le istituzioni vigenti in nome di uno pseudo-riformismo costituzionale, cercando di far dimenticare così all’opinione pubblica che lo Stato, per la sua stessa conformazione, sarebbe soprattutto un organo funzionale alla competizione con altri Stati; una competizione che è invece esclusa dal fatto che sono le organizzazioni sovranazionali, come la NATO e il FMI, a dettare l’agenda politica ed istituzionale. E allora che fine fanno equilibri e contrappesi istituzionali, quando tutto il potere è concentrato in poche agenzie internazionali e nelle lobby che le controllano? 
In questo senso anche la “lotta alla corruzione” svolge un ruolo ideologico funzionale allo stato di sudditanza coloniale. Secondo la precettistica delle organizzazioni internazionali come l’OCSE, sarebbe infatti sempre la “corruzione” il grande freno allo sviluppo ed alla prosperità dei popoli. 
Persino in una situazione come quella della Nigeria, in cui il territorio è praticamente sequestrato dalle multinazionali, queste riescono ugualmente ad attribuire la colpa della miseria alla corruzione della classe dirigente locale. La questione coloniale così viene camuffata da questione morale, mettendo in ombra il fatto che è proprio il colonialismo a selezionare per i ruoli dirigenziali il personale più corrotto e corruttibile, poiché è quello che non si pone nessun problema di solidarietà con la propria gente e con il proprio territorio. In tal modo la mistificazione arriva al punto che il colonizzatore riesce a spacciarsi addirittura da civilizzatore ed educatore del popolo inferiore; così la "corruzione in Nigeria" è diventata talmente proverbiale da meritarsi persino una voce di Wikipedia. 
Operazioni analoghe di autocolonialismo e di autorazzismo sono avvenute anche in Italia, verso la metà degli anni ‘70, e furono condotte dall’allora segretario del Partito Comunista Italiano, Enrico Berlinguer. Non a caso questa metamorfosi ideologica coincise con l’accettazione della NATO da parte del PCI. L’occasione per Berlinguer di piazzare la “legalità” come succedaneo del socialismo, fu fornita dallo scandalo Lockheed del 1976, cioè da una vicenda di tangenti ministeriali legate alla fornitura di aerei militari. In un discorso parlamentare del marzo 1977, l’allora presidente del Consiglio Nazionale della Democrazia Cristiana, Aldo Moro, rilevò in parte il paradosso della situazione: dagli Stati Uniti era partita l’operazione di corruzione, e dagli stessi Stati Uniti partiva anche l’operazione di “moralizzazione” che investiva le classi dirigenti dei Paesi “alleati”. Moro non seppe, non volle e non poté andare oltre questa banale osservazione di semplice realismo, la quale, (paradosso nel paradosso) suscitò boati di disapprovazione nei banchi parlamentari della sinistra. La sensibilità antimperialista era ormai seppellita.
Gli slogan berlingueriani della “questione morale” e del “governo degli onesti”, furono ovviamente una manna per il vittimismo delle destre, poiché quegli slogan sembravano dare corpo ai fantasmi delle “toghe rosse” e dei complotti di Magistratura Democratica. In questo senso Berlinguer fornì dei notevoli alibi ideologici sia al craxismo (ed alla sua trasformazione del Partito Socialista in partito di estrema destra), sia al successivo berlusconismo. Negli anni ‘80 toccò ad un altro “filosofo” (un ex “marxista”), il professor Lucio Colletti, l’onore di sintetizzare la diatriba ideologica nello slogan “meglio ladri che liberticidi”, che era facilmente traducibile in un "meglio ladri che rossi", o in un “meglio ladri che comunisti”. 
Il suicidio ideologico di Berlinguer consegnava di fatto lo scettro della direzione sociale nelle mani della magistratura, dal partito comunista al mitico “partito delle toghe”. Tutto ciò con effetti anche abbastanza curiosi, dato che le Procure negli anni ‘80 non si fecero scrupolo di colpire anche alcune icone della “buona amministrazione” comunista, come il sindaco di Torino Diego Novelli. Per la destra costituiva l’equazione perfetta: se la sinistra veniva coinvolta nelle inchieste giudiziarie, ciò dimostrava che anche i rossi erano ladri; se invece le inchieste giudiziarie risparmiavano la sinistra, ciò forniva la prova che la magistratura era sua complice.
Nel 1992 sembrò davvero che il “partito delle toghe” avesse preso il potere, con l’inchiesta passata alla storia come “Tangentopoli” o “Mani Pulite”, che le destre hanno presentato come un colpo di Stato. Nel 1992 in realtà era accaduto qualcosa di più grave e di più serio, cioè la firma e la ratifica del Trattato di Maastricht, in forza del quale l’Europa e l’Italia sono diventate formalmente colonie del Fondo Monetario Internazionale. Il colpo di Stato probabilmente vi fu, ma la Procura di Milano ne fu solo uno strumento. La dottrina liberale classica partiva da una premessa corretta, e cioè che ogni potere tende a diventare abuso di potere, ma la soluzione della separazione dei poteri non ha funzionato. In particolare non è mai esistito un “terzo potere”, ed il ramo giudiziario si è rivelato sempre lo strumento, più o meno consapevole, di questa o di quella lobby affaristica. L’Italia delle mille inchieste giudiziarie in questi decenni è stata in effetti un laboratorio di impunità, poiché si è dimostrato come era possibile sottrarre le multinazionali all’evidenza delle loro responsabilità. I dirigenti della Thyssenkrupp erano stati inchiodati non da fumose perizie tecniche, bensì dalle loro stesse e-mail; eppure, sentenza dopo sentenza, sono stati “schiodati” senza eccessivi problemi.
I tempi cambiano ed anche l’impunità si evolve. Dal 2012 i grandi finanzieri non hanno nemmeno più bisogno di aspettare la sentenza di appello per cavarsela, visto che il Trattato istitutivo del Meccanismo Europeo di Stabilità, all’articolo 32, stabilisce l’assoluta immunità giudiziaria di tutti i suoi dirigenti, di tutti i suoi archivi e di tutti i suoi beni. 
Forse l’ex capo della Procura di Torino, Giancarlo Caselli, aveva in fondo visto giusto. Se la magistratura ha un qualche futuro è solo nella lotta al “terrorismo”, vero o inventato che sia. Ed occorre far presto, prima che una soluzione alla Guantanamo non estrometta i magistrati anche da quel giro.
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