POLLO ALLA CASALESE:
(da leggersi con inflessione e dizione drammatico/teatrale tipo “prendete” va letto “PRENDETEEEE….”)Prendete un pollo, allevatelo nella Taiga del Belughkjstian. Voi non sapete dove si trova ma io sì. Noi scrittori abbiamo un detto Belughkjstiano che recita così: “possa il lupo consumare le mie terga qualora io dimentichi l’odoroso mosto del sidro di Pughkenciuck!”. Quando il pollo è cresciuto minacciatelo di morte, ma non indirettamente…in maniera obliqua, creando attorno a lui un clima di isolamento, di dolorosa rimozione, di quella che io e il mio amico premio nobel esquimese chimamiamo “Adurkatuk”, un termine intraducibile per voi ma che invece io e Adriano Sofri comprendiamo benissimo. A questo punto il pollo mi telefona e dice: “Robè…sai io sono un semplice pollo, rovisto nella nuda madre terra, nutro il mio scarno corpo con i di lei frutti eppure qualcosa non mi torna, avverto un chè di malsano, un sintomo, un effluvio, un alito di essere…”. A questo punto è giunto il momento di aggiungere del radicchio vergine con un sufflato di aceto provenzale proveninete dalla riserva privata di Paolo Mieli e facciamo rosolare il tutto lentamente, molto lentamente fino al prossimo Salone del Libro di Capalbio. Mi raccomando di accompagnare il tutto con uno Château Lafite Rothschild, se non doveste trovarlo al Discount sotto casa mandate al scorta a comprarlo a Pauillac nell’Aquitania. Il mio carissimo amico e mio pari Eugenio Scalfari suggerisce di guarnire il pollo con una vellutata di Myrto selvatico di Turingia, ma io, che sono un ribelle temerario fuori dagli schemi, suggerirei invece con fermo garbo una brutale spruzzata di distillato di cherimoya annona reticulata di cui ho appena appreso l’esistenza su Wikipedia.
Bon Apetit
- Gianfranco Marziano
- Posted:3 mesi fa